

“L’amore implica dunque qualcosa di più che una serie di azioni benefiche. Le azioni derivano da un’unione che inclina sempre più verso l’altro considerandolo prezioso, degno, gradito e bello, al di là delle apparenze fisiche o morali. L’amore all’altro per quello che è ci spinge a cercare il meglio per la sua vita. Solo coltivando questo modo di relazionarci renderemo possibile l’amicizia sociale che non esclude nessuno e la fraternità aperta a tutti”. (Enciclica Fratelli Tutti, n. 94)
Gennaio 2021
Cari amici e fratelli in Cristo,
Ho pensato di scrivere questa lettera per raccontarvi ciò che è avvenuto dopo la mia partenza dal Brasile, dove ho vissuto 25 anni di missione: la lunga ed imprevista permanenza a Montreal a causa del COVID -19 e l’inizio della mia nuova missione in Benin. Sto cercando di condividere su Face Book alcune mie esperienze, ma ho raggiunto il numero massimo di amici e, probabilmente, diverse persone non vi possono accedere.
Non appena ho lasciato il Brasile, una settimana dopo il mio arrivo a Montreal, l’OMS ha annunciato la pandemia COVID-19 e si è verificato il primo blocco a Montreal. È la mia città natale dove vivono ancora i miei genitori e gran parte della mia famiglia. Sono diventata, così, una “reclusa” a casa dei miei genitori durante sette settimane. Mia madre era in paradiso; per 25 anni non avevo avuto la possibilità di restare a casa per più di 15 giorni durante le mie visite in famiglia. Momento privilegiato per me e per i miei genitori: abbiamo recitato il Rosario e partecipato alla messa quotidiana del Papa alla televisione, come milioni di cattolici. Poi, sono andata a vivere nelle comunità delle suore Marcelline in Canada, a Saraguay. Anche lì blocco: scuole chiuse – apprendimento solo virtuale -, residenza degli anziani sottomessa a tutte le restrizioni possibili e immaginabili; ancora una volta, un momento speciale per me, perché mi ha permesso di conoscere meglio le comunità canadesi con le quali non ho avuto la possibilità di vivere insieme, poiché ero in missione.
A Montreal, grazie a tutte le circostanze che Dio ha permesso, ho avuto l’opportunità di far parte della Brigata COVID-19, istituita dal dipartimento di sanità pubblica della città. Ho lavorato come agente per due mesi, insieme ad alcune persone fantastiche, tra cui molti medici stranieri in attesa del permesso di lavorare in Canada. Ho imparato molto; la mia piccola squadra era responsabile della visita e dell’accompagnamento di congregazioni religiose ora molto anziane e senza reclute, e anche di residenze per anziani e ospedali a lunga degenza, istituti in cui si trovano la maggior parte dei casi di mortalità per COVID-19. Ancora una volta, un’incredibile opportunità per visitare la città di Montreal, conoscere meglio la sua storia e apprezzare l’immenso lavoro che è stato svolto dalla Chiesa Cattolica sotto tutti i punti di vista. E il tempo è passato. Invece di restare per due mesi, sono rimasta a Montreal per cinque mesi, prima di poter finalmente lasciare la mia città ed andare in Benin.
Sono arrivata a Golo-Yekon il 13 agosto 2020, quasi 5 mesi fa. Sono stata accolta a braccia aperte dalla nostra piccola comunità di tre suore. Qui, a circa un’ora dalla grande città di Cotonou, le Suore Marcelline gestiscono, dal 2007, una scuola, che comprende la scuola primaria (dalla materna alla sesta) e la scuola secondaria (degli adolescenti fino ai 16 anni). Gli allievi che la frequentano sono 643 in tutto.
La principale missione che mi è stata affidata, sotto la direzione del padre Raymond Goudjo, direttore della Caritas, consiste nel portare in Benin la Pastorale infantile, sul modello del programma brasiliano, chiamata, qui in Benin, Pastorale della prima infanzia. Padre Raymond è andato in Brasile nel 2019 per conoscere il programma e firmare un accordo con il Brasile. Il programma è ancora alle sue fasi iniziali. Il primo appello per reclutare volontari è stato fatto alla parrocchia San Giuseppe, a novembre, poco più di tre mesi dopo il mio arrivo. Ovviamente devi mettere in conto che le cose non vadano proprio nel modo in cui le organizzi: c’è la burocrazia e ci sono le autorizzazioni, l’attesa delle persone e di quelli che vanno in vacanza, a cui non potrebbe andar bene ciò che stai per chiedere loro. Dipendere dagli altri non è davvero facile. Ci vuole pazienza.

Ma la buona notizia è che la pastorale è iniziata e che abbiamo già registrato diverse famiglie. Due agenti sono già molto impegnati e da soli accompagnano 8 donne incinte e 20 bambini sotto i due anni. Molto vicino alla scuola, abbiamo trovato la “mascotte” della pastorale, quella che ci farà ricordare per sempre il motivo per cui questa pastorale è stata iniziata e
pensata. La bambina si chiama Trinité, ha 14 mesi e pesa solo 4 Kg. Malnutrizione estrema.

Ha già una sorellina appena nata che pesa 2,8 Kg.

La popolazione del Benin, come la maggior parte dei paesi dell’Africa occidentale, è molto giovane. Il 50% della popolazione ha meno di 19 anni. In Benin la mortalità infantile sotto i 5 anni è ancora superiore ai 60/1000 dei bambini nati vivi, più di 20 volte quella del Canada. Ma l’indicatore più scioccante è ancora la mortalità materna; ogni 100.000 nati vivi, più di 342 donne muoiono. Un numero troppo alto che, ogni anno, lascia migliaia di orfani. Le cause possono essere prevenute con piccole azioni e anche molta istruzione, informazione per le donne e formazione degli operatori sanitari.
La maggior parte delle donne incinte non riceve cure prenatali adeguate e non assume integratori e ferro. Qui si paga tutto! Non esiste un sistema pubblico, nessuna carta! Nessun medico di famiglia. Purtroppo. È molto difficile.
Volevo condividere questo problema con voi perché dobbiamo valorizzare ciò che abbiamo nel nostro paese: un sistema di salute pubblica; negli ultimi anni in Canada questo sistema è stato criticato; è vero, non è perfetto, nessun sistema è perfetto, ma ti assicuro che è molto difficile capire un paese che non può disporre cure per tutti. Le famiglie si impoveriscono a causa delle cure dei loro cari, quando questi soffrono di una malattia e di complicazioni. A volte le famiglie abbandonano persino i loro familiari in ospedale perché non possono pagare la retta (spesso sono bambini con disabilità o con conseguenze gravi). Il più delle volte i parenti lasciano l’ospedale e, per mancanza di denaro, portano il paziente a morire a casa.
C’è una bambina a scuola con un tumore al cervello, che si sente in colpa per essere malata. Capita, infatti, che i genitori disperati ne facciano sentire il peso ai loro figli. La malattia è un vero peso per la famiglia, che spesso ha appena quanto basta per sopravvivere ogni giorno.
Trovare denaro per consultazioni, esami, interventi chirurgici e supporto, è per molti impossibile. Per questo assistiamo a parecchi casi in cui il malato arriva all’ospedale troppo tardi, già con molte complicazioni, quando non c’è più niente da fare. E’ una realtà che bussa alla porta quotidianamente. Questo dà una sensazione di impotenza e dà origine alla volontà di lottare per i diritti di tutti in modo che davvero TUTTI possano avere accesso alle cure essenziali.
Durante questi cinque mesi, oltre a lavorare per la pastorale della prima infanzia, ho avuto la possibilità di fare altre cose:
1) Il consulto medico dei 643 bambini della scuola; i problemi principali sono i problemi dermatologici e la salute orale – gli alunni non si lavano i denti e mangiano molte caramelle; hanno una dieta povera di frutta e di verdura, anche se i mercati locali sono pieni di magnifici frutti. Qui c’è il miglior ananas del mondo.

2) Il sostegno a suor Clarice nella formazione carismatica degli insegnanti e nell’integrazione della scuola nel patto educativo globale, lanciato dal Papa nell’ottobre del 2020.
3) L’attuazione di un programma di qualità nell’ospedale Lacroix, che appartiene ai Camilliani e nel quale avevamo già svolto diverse missioni in precedenza.
4) Il supporto e l’avviamento della costruzione di un ospedale generale che servirà la popolazione nei pressi della capitale Porto Novo e i malati mentali, spesso respinti e mal seguiti negli ospedali generali, a causa dei tabù ancora molto presenti. Chi coordina questa associazione è un meccanico che ha avviato un fantastico lavoro ed ha rivoluzionato la salute mentale in Benin, Togo e Costa d’Avorio. Ci sono alcuni video e un sito sulla sua storia, Grégoire de l’Association Saint Camille. Chi lavora in queste strutture sono i pazienti stessi che sono stati guariti.
5) L’elezione a consigliere della nuova Associazione del villaggio per lo sviluppo della regione in cui si trova la nostra scuola. L’Associazione si chiama Kplewanou.

6) Lo studio della lingua FON, che è molto difficile poiché non ha somiglianze con nessun’altra lingua latina o germanica. La lingua riflette anche un’altra cultura. Devi rendere matrigna al plurale poiché c’è la poligamia. La narice è letteralmente il foro del naso: awontin e awontili. E i saluti dovrebbero includere anche la famiglia, così non corri il rischio di essere scortese. È solo un piccolo esempio. Arrivando a casa di qualcuno, ci viene offerta dell’acqua e dobbiamo far cadere qualche goccia sul pavimento per gli antenati della famiglia.
La mia lettera ormai è diventata lunghissima ma ci sarebbe ancora tanto da raccontare. Ad esempio, parlare del piccolo Ambroise, un bambino di tre anni, affetto da paralisi cerebrale, abbandonato dai genitori; la bisnonna l’ha accolto senza avere i mezzi. Gli abbiamo fatto un piccolo deambulatore di legno per stimolarlo.

C’è anche la madre di un’insegnante della nostra scuola, che da 4 mesi non camminava più a causa di un incidente di moto; probabilmente si è fratturata o si è lussata l’anca. Non poteva permettersi interventi chirurgici, né consulenza o fisioterapia (solo in città). Abbiamo trovato un deambulatore e dopo quattro mesi è riuscita a muovere i primi passi.
Va detto che qui la moto è il mezzo di trasporto più popolare. A bordo ce ne possono stare due, tre, quattro, fino a sei persone, a seconda dei membri della famiglia.

Ho voluto approfittare del periodo natalizio (la nostra liturgia cattolica si conclude con il battesimo di Gesù domenica prossima) per esprimere il mio augurio.
Che noi tutti possiamo contemplare questo Dio che si è incarnato e che è nato alla periferia del mondo per aiutarci ad aprire gli occhi sulla grandezza dei piccoli eventi e ad ascoltare l’invito a seguire la strada percorsa da Maria, Giuseppe e Gesù. Un invito a diventare artigiani di un nuovo mondo. Artigiani di fraternità e di pace. La nascita di un bambino è, in tutte le culture e in tutti i tempi, fonte di gioia per chi la riceve come dono di vita. Con i neonati possiamo sperimentare una rinnovata speranza e il desiderio di costruire un futuro migliore. Speriamo che questa pandemia COVID-19 possa indicarci la via della fratellanza universale, sollecitata da Papa Francesco per combattere le disuguaglianze che questa crisi ha accentuato, ed aiutare i milioni di persone che soffrono e che soffriranno la fame.
Con grande affetto per ciascuna di voi e con la certezza di essere in comunione con voi, nella preghiera.

