Lectio su “Marta e Maria”

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Comunicazione come elemento necessario alla fraternità
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Istituto Internazionale delle suore di Santa Marcellina XXVII Capitolo Generale

"Prendi questo fanciullo e allevalo per me" (Es 2,9)

Essere sorelle come via e strumento per una nuova generatività

13 luglio 2023

La lectio Divina di Suor Elsa Antoniazzi

L’episodio di Gesù a casa di Marta e Maria non può essere tralasciato in una ricerca biblica che facciamo per aiutarci a declinare il carisma nell’oggi.


Personalmente non mi sembra che sia una vera e propria icona perché l’espressione faceva parte della spiritualità. Vedremo che già san Francesco di Sales impiega qualcosa di analogo. Inoltre il Fondatore nell’indicarci questo episodio, lascia poco spazio all’interpretazione del passo, ma esprime un’indicazione, che per altro già elabora il testo. Lui, infatti, mette alla pari le due sorelle, mentre il testo distingue...
Resta però che quest’espressione: Siate come Marta e Maria fa parte ormai del nostro DNA , pur essendo anche il nostro cruccio perché ci sembra difficile, soprattutto sembra che ci metta su di un pendolo, tra azione e contemplazione, lavoro/ preghiera che alle volte è molto impegnativo. E proprio per questo è importante sostare su questa scena evangelica.


Arriviamo ad essa con delle precomprensioni, perché non è certo la prima volta che lo leggiamo, ma nel caso dell’episodio di Marta e Maria esse sono ancora più marcate, perché nella storia della spiritualità l’interpretazione di questo passo è mutata e di molto, sempre cercando di tener fede all’affermazione di Gesù.
A dire il vero però sia l’affermazione del Fondatore, sia certi commenti spirituali sembrano superare il rimprovero. Esso è benevolo finché si vuole, ma non lascia dubbi.


Penso all’icona benedettina a Gerusalemme, che è un commento spirituale a questa scena e che vede Marta servire con calma, liturgicamente, e Maria ungere i piedi di Gesù, come gesto di carità.
E poi c’è la lettura all’interno della vita apostolica che, a prima impressione, fa nascere disagio perché i conti non tornano. Chiamate a porre gesti di servizio, questa pagina sembra ridimensionarne l’importanza. Del resto proprio il vangelo di Luca sembra fare questo: immediatamente prima abbiamo la parabola del buon samaritano e poi questa scena.


Infine, qualche teologa dubita di questo silenzio di Maria, quasi che la parte migliore fosse il silenzio davanti al maestro, in uno schema patriarcale.
Per ascoltare con un po’ più di libertà conviene immediatamente fare un po’ di storia dell’interpretazione, anche se breve e a tappe molto ampie.


Sin dai primi secoli della Chiesa le due sorelle sono viste come l’incarnazione della vita attiva e della vita contemplativa, ma soprattutto per la vita del prete o meglio del vescovo. Così la vita attiva si identifica nella vita pratica che distrae, rispetto alla contemplazione. Questa comprensione è sostenuta da una prospettiva greca che privilegia la contemplazione, all’agire.


Questa lettura custodisce la forza del rimprovero, ma interpreta sia l’azione di Marta che quella di Maria e prosegue su questa linea sino al 1300.
Qui un padre comincia a parlare di parità tra Marta e Maria. Ma il momento in cui questa parità prende forza è lo sviluppo che le dà la riflessione protestante con Zwingli e Calvino. Uno sviluppo proprio legato all’enfasi del protestantesimo in generale sull’importanza delle azioni personali, non per guadagnare il paradiso, ma per testimoniare e per non guadagnare santità da alcune pratiche devozionali, a partire dalle indulgenze – vero scandalo dell’epoca – che davano l’impressione di una vita fedele demandata ad azioni esteriori e non alla conversione.


Allora ecco l’importanza di mettere sullo stesso piano Marta e Maria.
La mia ipotesi è che una via che ha fatto transitare questa interpretazione nel mondo cattolico sia stato san Francesco di Sales, che fu inviato a Ginevra, centro del calvinismo, proprio per “rispondere” ad esso. Non per niente in Filotea, mette a punto un manuale di spiritualità per chi vive nel mondo. Trovo opportuno citare a questo proposito le parole di San Francesco di Sales in una lettera scritta a Santa Giovanna Francesca de Chantal il 16 agosto 1607, dove egli sottolinea la necessità e l’opportunità, ma oserei dire la bellezza, del tentativo di unire i propositi di Marta e Maria nel rapportarsi in un modo così diverso al Signore nostro Gesù Cristo.


“... Ieri e l’altro ieri, provai la consolazione straordinaria nella casa di santa Marta, che vedevo così ingenuamente indaffarata nel servizio di nostro Signore e, a mio parere, anche un po’ gelosa delle gioie che sua sorella provava ai piedi di Lui (Lc 10, 38-42). E invero, mia cara figlia, ella aveva ragione a desiderare che la si aiutasse nel servizio del suo caro ospite, ma non aveva ragione di volere che sua sorella interrompesse per questo la sua contemplazione lasciando il dolce Gesù tutto solo...
...Sapete come avevo pensato di comporre il litigio fra le due sorelle? Volevo che santa Marta, la nostra cara maestra, venisse ai piedi di nostro Signore al posto della sorella e che sua sorella andasse a terminare di preparare la cena. In questo modo esse si sarebbero diviso il lavoro e il riposo da buone sorelle. Ma quando voleva lasciare il Signore solo, ella non aveva ragione, perché Gesù non è venuto al mondo per vivere nella solitudine, bensì per essere con i figli degli uomini (Pr 8,31; Bar 3,38).


Non è una pretesa molto strana voler correggere la nostra buona santa Marta? Oh, lo faccio per l’affetto che le porto; e in più, credo che, se non lo fece allora, ella sarà ben contenta di farlo ora nella persona delle sue figlie, approvando che esse dividano le loro ore dandone una buona parte alle opere esteriori di carità e la parte migliore alle opere interiori alla contemplazione...


E sappiamo quanto la spiritualità di Francesco di Sales sia importante per la spiritualità del Biraghi.
Tuttavia oggi nella convulsione della nostra vita questa indicazione non è facile da vivere. Sembra davvero chiedere troppo per tutti, religiosi e non.
Eppure queste interpretazioni vita attiva/contemplativa, sembrano toccare un tema su cui oggi tutti si interrogano.
Il ricorso a tante forme di meditazioni, l’attenzione al mondo buddista trova qui la ragione: fermatevi e “meditate”.


Ecco, ora che siamo consapevoli dei punti di vista con cui ci accostiamo al testo, proviamo a leggerlo senza saltare subito alle conclusioni, ma ascoltando innanzitutto la Scrittura.
Notiamo come prima cosa che qui si parla della casa di Marta, non c’è nessun uomo, e Lazzaro, che dal vangelo di Giovanni sappiamo far parte della famiglia, non è menzionato. Marta in Giovanni (Gv 11, 24-27) pronuncia una bella professione di fede, e Maria esprime la confidenza con il Signore perché fa un rimprovero tragico al Signore: se tu fossi stato qui... (Gv 11,21)
Per questa importanza delle due donne la comunità non tralascia questo episodio: parliamo di donne significative nella primissima comunità intorno a Gesù e di donne di vera fede, a partire da Marta. Allora dobbiamo pensare, come molti dicono, che questo episodio porti in sé una questione importante, che non sia la sistemazione di piatti.


E difatti studi esegetici ipotizzano che la prima versione del racconto affrontasse il tema del ruolo delle donne. Sappiamo infatti che nella prima comunità cristiana le donne coprivano ruoli importanti per la vita delle comunità stesse. Punto di riferimento è sempre Romani (16, 1) che nomina il diacono Febe, nostra sorella diacona – alla lettera - della Chiesa di Cencre. Purtroppo l’ultima traduzione della CEI fa perdere la dimensione ufficiale dell’indicazione diaconia. Quando si tratta di donne, la CEI non tiene conto di questo e traduce sempre in termini correnti, che richiamano i compiti normali delle donne in una casa. Le prime comunità cristiane si ritrovavano nelle case. Per cui dietro forse c’era un dibattito sull’accoglienza dei missionari itineranti, che all’inizio erano molto comuni. In questo caso alle donne era riservato solo il ruolo di preparazione del necessario o dava a loro anche lo spazio di ascolto, di vero e proprio discepolato, come l’esperienza di Gesù aveva dimostrato?
E poi, visto che Maria ascolta, potevano predicare?
Gesù è in cammino, dal versetto 9,51 ha “indurito il volto” e si è determinato per il viaggio verso Gerusalemme, verso la Pasqua.
Perciò ciò che accade in questo viaggio sono – per così dire – le istruzioni per vivere la Pasqua, per seguire Gesù in questo itinerario.
Lui arriva presso la casa di Marta, che evoca alla comunità degli ascoltatori di questo brano una comunità ecclesiale, che appunto si riuniva nella casa. Dunque il lettore si sente interpellato. L’arrivo di Gesù in questo caso non è l’arrivo di una persona sola, ma di almeno 20: i dodici, qualche donna...non sarebbe facile per nessuno; in oriente poi l’accoglienza è sacra. Un arrivo improvviso suscita subbuglio, pensate ad Abramo quando accoglie tre persone in Genesi 18.
A questo punto per un tempo prolungato, come suggerisce l’imperfetto, Marta prepara e Maria ascolta. Per Maria si impiega l’espressione che indicava il discepolo: si conferma così che questa è una casa di discepole.
Marta arriva ad esasperarsi e a dire cose poco gentili e in modo poco gentile, è tirata da tutte le parti. Immaginiamo l’imbarazzo. Marta ha perso di vista la situazione: ora in un baleno sta dicendo che Gesù è un ospite che crea disturbo, e nello stesso tempo gli sta dicendo che lui è poco gentile con lei...ce n’è abbastanza, anche senza considerare che Gesù è il Maestro.
E però ancora ricordiamo che il termine servizi traduce diaconia, che per la prima comunità ha smesso di avere il significato laico, corrente, ma rimanda al servizio della comunità, al ministero.
A questo punto arriva la risposta di Gesù che è indicato come il Signore, il Kyrios, come viene indicato dopo la resurrezione. E dunque questa parola non ricorda solo un episodio tra i tanti: è custodita o scritta perché la comunità, che ha che fare solo con il Risorto, ascolti.
E allora la comunità deve prima di tutto ascoltare, sentire l’affetto con cui il Signore rimprovera Marta. Il problema posto dalla scena è reale. Gesù pure, in Mc 1,14-34 in quella che è detta prima giornata di Gesù, compie tutte le azioni della sua missione: chiamare, guarire, insegnare, ma alla fine deve sgattaiolare via per poter pregare: “tutti ti cercano”.
Perciò dobbiamo prendere sul serio il tema posto. Eliminare i sensi di colpa e non reagire subito.
Mi è caro ricordare un episodio che ha come protagonista una suora anziana di Tommaseo, che adesso è in cielo: Mariangela Lomuscio, chi l’ha conosciuta può sorridere.
Donna di fede e schietta, mentre facevamo condivisione su questo brano disse molto convinta: qui Gesù ha sbagliato perché Marta faceva quello che si doveva. Ovviamente le dicemmo che non si poteva dire così, ma si sentiva tutta la fatica di chi fra le molte cose da fare cercava sempre anche di essere Maria, e ne siamo testimoni.
Poi c’è la diagnosi del Signore che descrive la situazione. Questa descrizione serve perché appunto anche noi lettori possiamo rileggerci, perché dell’affanno di Marta sapevamo già.
Ti preoccupi, quelle stesse preoccupazioni che non hanno i gigli del campo e che il Signore promette di custodire (Lc 12, 27-31).
Molte cose, ricordiamo che in realtà la scena non intende parlare dei piatti da tirar fuori e del cibo ma degli impegni legati ad un ministero. Perciò siamo di fronte ad una vera discepola che però, per l’affanno della propria diaconia, si allontana da Gesù, e alla fine anche dalla comunità.
Non è una casalinga maniaca e nevrotica. Sta facendo quello che doveva fare chi accoglie il Signore, ma...arriva all’esito opposto.
E difatti il Signore non dice che si preoccupa di cose inutili, ma piuttosto oppone la pluralità alla singolarità: Molte/una è la parte letteralmente buona, ma spesso si traduce migliore. Perché questa libertà del traduttore?
Perché lo stesso termine si impiega nella parabola del seminatore dove le diverse terre sono messe in gerarchia rispetto ai frutti, non sono semplicemente terre cattive, e quella che dà maggior frutto è quella buona, come dice il testo.
Per questo si può dire migliore per sottolineare che le molte cose non erano sbagliate, o peggio cattive, solo che non erano il centro.
Potremmo dire che delle tante cose che si potevano fare davanti a Gesù Maria ha scelto la parte migliore
Il termine parte ha una profondità per l’uditore cristiano e frequentatore dell’Antico Testamento. Aver parte con il Signore per l’AT era l’eredità della terra, aver parte con il Signore rimanda al giudizio escatologico. C’è un buono che non è tolto e questo è la volontà del Signore, la comunione con Dio.
Allora il tema non è la relazione, quasi opposizione, tra contemplazione/azione.
La breve pericope porta un affettuoso ma severo avvertimento: le molte cose che facciamo per la Chiesa, per l’annuncio, le nostre diaconie possono allontanarci e di molto, pur rimanendo in sé buone cose.
Al centro c’è l’ascolto inteso come discepolato, come obbedienza alla volontà di Dio.
Poi sappiamo che, come in ogni relazione, di coppia, di amicizia, se vogliamo rimanere in contatto realmente dobbiamo darci del tempo, ma questa è una preoccupazione che viene dopo.
E allora Francesco di Sales e il nostro fondatore non stravolgono il testo, ma a modo loro suggeriscono che non si tratta di stare sempre fermi a contemplare, ma di fare sempre e solo la volontà di Dio. A questo punto chiediamoci che luce questa pagina può dare a noi che partecipiamo a questo Capitolo, in questo momento, come persone, come comunità, come congregazione allargata, inserendo anche chi collabora con noi.
Tiro qualche filo.
La diaconia della mensa è indispensabile e buona (Lc 4), vedi la suocera di Pietro che guarita si mette a servirli, ancora abbiamo diakoneo.
La mensa è un momento fondamentale della vita delle persone, non possiamo vivere senza mensa, perciò nella mensa poniamo ogni gesto di servizio.
Ma una è la parte migliore
Questo ci invita a trovare la via, personale e comunitaria per non perdere il legame con Cristo. E soprattutto per non perdere il legame di ciò che facciamo con il Signore.
Certamente è anche questione di spazio per la preghiera e anche per la riflessione. Ma non si tratta solo di aver tempo per pregare, perché il servizio deve essere ricondotto alla parte migliore, la volontà del Padre.
Il testo ci obbliga ad un costante discernimento. E ci offre un criterio: quando siamo preoccupate, quando siamo preoccupati. Ricordiamoci che questo passo non nasce per le suore, ma – come tutto il vangelo- è destinato a tutte e tutti i credenti.
- Promuovere la donna. Favorire la piena partecipazione delle bambine e delle ragazze all’istruzione. - Responsabilizzare la famiglia. Vedere nella famiglia il primo e indispensabile soggetto educatore. - Aprire all’accoglienza. Educare e educarci all’accoglienza, aprendoci ai più vulnerabili ed emarginati.
- Rinnovare l’economia e la politica. Studiare nuovi modi di intendere l’economia, la politica, la crescita e il progresso, al servizio dell’uomo e dell’intera famiglia umana nella prospettiva di un’ecologia integrale.
- Custodire la casa comune. Custodire e coltivare la nostra casa comune, proteggendo le sue risorse, adottando stili di vita più sobri, puntando alle energie rinnovabili e rispettose dell’ambiente.
L’obbedienza alla Parola che ci dice di ascoltare i bisognosi rende ragione dei sette obiettivi. Queste sono istanze da accogliere, per cui lavorare in nome del chinarsi di Gesù su ogni aspetto di fragilità. La Parola di Francesco conferma e rende ragione del suo impegno.
Leggiamo nella Evangelii Gaudium 24. La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.
“Prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr. 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi.
Espressa in termini diversi sentiamo la stessa tensione nella Lumen fidei, enciclica pubblicata da papa Francesco, ma scritta da papa Benedetto XVI, prima delle dimissioni.
La pienezza cui Gesù porta la fede ha un altro aspetto decisivo. Nella fede, Cristo non è soltanto Colui in cui crediamo, la manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche Colui al quale ci uniamo per poter credere. La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere. In tanti ambiti della vita ci affidiamo ad altre persone che conoscono le cose meglio di noi. Abbiamo fiducia nell’architetto che costruisce la nostra casa, nel farmacista che ci offre il medicamento per la guarigione, nell’avvocato che ci difende in tribunale. Abbiamo anche bisogno di qualcuno che sia affidabile ed esperto nelle cose di Dio. Gesù, suo Figlio, si presenta come Colui che ci spiega Dio (cfr. Gv 1,18).
La vita di Cristo — il suo modo di conoscere il Padre, di vivere totalmente nella relazione con Lui — apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare. San Giovanni ha espresso l’importanza del rapporto personale con Gesù per la nostra fede attraverso vari usi del verbo credere. Insieme al "credere che" è vero ciò che Gesù ci dice (cfr. Gv 14,10; 20,31), Giovanni usa anche le locuzioni "credere a" Gesù e "credere in" Gesù. "Crediamo a" Gesù, quando accettiamo la sua Parola, la sua testimonianza, perché egli è veritiero (cfr. Gv 6,30). "Crediamo in" Gesù, quando lo accogliamo personalmente nella nostra vita e ci affidiamo a Lui, aderendo a Lui nell’amore e seguendolo lungo la strada (cfr. Gv 2,11; 6,47; 12,44).
Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, e così la sua visione del Padre è avvenuta anche in modo umano, attraverso un cammino e un percorso nel tempo. La fede cristiana è fede nell’Incarnazione del Verbo e nella sua Risurrezione nella carne; è fede in un Dio che si è fatto così vicino da entrare nella nostra storia. La fede nel Figlio di Dio fatto uomo in Gesù di Nazareth non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di Sé; e questo porta il cristiano a impegnarsi, a vivere in modo ancora più intenso il cammino sulla terra.

Possiamo anche vedere il movimento inverso, per così dire: l’attenzione a non perdere il legame sosterrà il nostro impegno a cogliere dalla Scrittura come la relazione con Dio permetta di dire parole forti sui sette punti e ci aiuti a declinare, là dove siamo, gesti significativi.