2-3 maggio 2006 - Pagina 7


Il rito presieduto in Piazza Duomo dal Cardinale Prefetto José Saraiva Martins, Rappresentante del Santo Padre

Il dono di Dio alla chiesa ambrosiana che oggi onora due grandi presbiteri

di Alberto Manzoni

Evento storico che dà senso e nuovo vigore alla quotidianità della vita nella Chiesa locale: si potrebbe definire così la solenne beatificazione di Mons. Luigi Biraghi e di Don Luigi Monza, svoltasi domenica 30 aprile a Milano. È stata davvero questa l'atmosfera che si è respirata durante tutta la mattinata, fra gli oltre dodicimila fedeli presenti sulla Piazza del Duomo, di fronte alla facciata - ancora semiricoperta dalle impalcature per i periodici lavori di restauro della Cattedrale che, come previsto, pur nella sua notevole ampiezza sarebbe stata troppo piccola per contenerli tutti.

E' stato un evento storico, infatti, a partire dal fatto stesso che per la prima volta si teneva una cerimonia di beatificazione in Milano. I rappresentanti di istituti e realtà che si richiamano ai due fondatori, provenienti da ogni parte d'Italia e da diversi Paesi del inondo, e i semplici fedeli delle comunità dell'Arcidiocesi ambrosiana erano come esempi viventi di un popolo di Dio che ha compreso come la santità sia una chiamata universale, alla quale rispondere personalmente ogni giorno.

La Lettera Apostolica con la quale si concede che i servi di Dio Mons. Biraghi e Don Monza, sacerdoti ambrosiani, possano essere chiamati «Beati» è stata letta dal Cardinale José Saraiva Martins, che ha presieduto, come rappresentante del Santo Padre, il rito della Beatificazione. La Santa Messa è stata celebrata dall'Arcivescovo di Milano, Cardinale Dionigi Tettamanzi. Al momento della lettura della Lettera, le due grandi immagini, collocate ai lati dell'altare allestito davanti al portone centrale della Cattedrale e fino a quel momento rimaste coperte da teli, lentamente sono apparse agli occhi dei fedeli, che hanno salutato l'evento con un caloroso applauso.

I concelebranti erano circa duecento. Fra questi, quindici tra Arcivescovi e Vescovi:- l'Arcivescovo di Amalfi-Cava de' Tirreni, Mons. Orazio Soricelli; l'Arcivescovo di Foggia-Bovino, Mons. Francesco Pio Tamburrino; il Vescovo di Pavia, Mons. Giovanni Giudici; il Vescovo di Concordia-Pordenone, Mons. Ovidio Poletto; il Vescovo di Macapà (Brasile), Monsignor Pedro José Conti; i Vescovi emeriti di Crema Mons. Libero Tresoldi, di Grajaù (Brasile) Mons. Serafino Faustino Spreafico, di Cesena-Sarsina Mons. Lino Garavaglia; il Vicario Apostolico di Esmeraldas (Ecuador), Mons. Eugenio Arellano Fernàndez; i Vescovi Ausiliari di Milano Mons. Carlo Redaelli (Vicario generale), Mons. Erminio De Scalzi (Vicario episcopale per la Zona pastorale I - Milano), Mons. Luigi Stucchi (Vicario della Zona pastorale II - Varese), Mons. Francesco Coccopalmerio, Mons. Marco Ferrari e Mons. Angelo Mascheroni, già Ausiliare. Inoltre c'erano gli altri Vicari episcopali di Zona e responsabili dei vari Settori della Curia arcivescovile, fra i quali Mons. Mario Spezzibottiani, Moderator Curiae e Presidente del comitato organizzatore per le Beatificazioni, e Mons. Ennio Apeciti, Responsabile del Servizio diocesano per le Cause dei Santi. Erano anche presenti tanti sacerdoti legati a luoghi o istituzioni segnati dall'eredità spirituale dei due Beati. Prima della Lettera Apostolica, sono stati letti alcuni cenni biografici dei due servi di Dio da parte dei due Postulatori, rispettivamente l'avv. Andrea Ambrosi per Mons. Biraghi e P. Luigi Mezzadri per Don Monza.

Mons. Luigi Biraghi nacque a Vignate (in provincia di Milano) il 2 novembre 1801; ordinato sacerdote nel 1825, fu insegnante e direttore spirituale nel Seminario maggiore di Milano; fondò nel 1838 la «Congregazione delle Suore di santa Marcellina» per la cristiana educazione della gioventù; venne nominato Vice Prefetto della Biblioteca Ambrosiana nel 1864; ai suoi studi si deve il contributo per il ritrovamento dei corpi dei santi Ambrogio, Gervaso e Protaso, da allora venerati nella Cripta della Basilica di sant'Ambrogio; morì l'11 agosto 1879 a Milano. Don Luigi Monza nacque a Cislago (in provincia di Varese) il 22 giugno 1898; fu ordinato sacerdote il 19 settembre 1925 e fu destinato come coadiutore prima a Vedano Olona e poi a Saronno; nel 1936 fu nominato parroco a San Giovanni di Lecco, dove sarebbe morto il 29 settembre 1954, dopo aver dato inizio all'Istituto secolare delle «Piccole Apostole della carità», dedite in modo speciale ai piccoli portatori di handicap attraverso l'istituto «La Nostra Famiglia». Le loro feste liturgiche saranno celebrate rispettivamente il 28 maggio e il 28 settembre.

I canti liturgici sono stati eseguiti dalla Cappella musicale del Duomo. Fra i presenti c'erano molte autorità civili e militari e tante persone - religiose o laiche, responsabili o collaboratori - appartenenti o comunque legate alle istituzioni fondate dai due Beati. Fra di esse, la 69enne suor Lina Calvi, delle Marcelline, che nel 1994 guarì miracolosamente da una gravissima malattia dopo essersi affidata all'intercessione del fondatore.

I due nuovi Beati sono «un grande dono di Dio per tutti noi e alla nostra Chiesa», nella quale «sono nati e cresciuti nella fede; hanno seguito la vocazione al sacerdozio; fatti preti di Cristo, hanno compiuto con fedeltà e generosità quotidiane il loro servizio alla Chiesa interpretandolo e vivendolo come cammino di santità»: così ha incominciato l'omelia il Cardinale Tettantanzi, il quale ha poi aggiunto: «Anche se vissuti in tempi storici diversi, con doni di natura e di grazia diversi, impegnati in compiti e fecondi di opere pastorali diverse; come membri dello stesso presbiterio diocesano e della stessa Chiesa ambrosiana, nella quale si fondono unità e varietà, oggi sono dichiarati beati insieme: ambedue rivelano l'unico volto della Chiesa santa di Dio e ne mostrano la variopinta bellezza spirituale, segnata dai loro differenti carismi ricevuti dal medesimo Spirito e dalle diverse modalità di risposta alla comune chiamata alla perfezione dell'amore».

«Il Signore ce li dona come modelli e come intercessori», con implicazioni per la nostra vita concreta. Infatti, «sono anzitutto un esempio di vita cristiana che ci affascina e ci conquista e, insieme, ci provoca e ci stimola. Sono un esempio per la singola persona, ma anche per tutta la comunità cristiana e la stessa società civile. Sempre, ed oggi in particolare, abbiamo grande bisogno di avere tanti Beati e Santi, perché la loro esemplarità di vita denunci il male, ma soprattutto risvegli e fortifichi lo slancio verso il vero bene. Essi sono pure intercessori a nostro favore: il loro amore per Dio - reso perfetto nella vita eterna - è indisgiungibile da quello per tutti i loro fratelli e sorelle nella fede, anzi per tutti gli uomini; essi sono, in un certo senso, in attesa della nostra preghiera».

Il Porporato ha proseguito la propria riflessione richiamando le letture proclamate poco prima (At 3, 13-15. 17-19; 1Gv 2, 1-5; Lc 24, 35-48). Nell'incontro di Gesù con i discepoli, descritto dal brano evangelico, risuonano le parole del Maestro «Pace a voi», che «il crocifisso risorto, anche ora, in questa nostra assemblea liturgica, ci rivolge». Il Signore, di fronte ai discepoli «stupiti e spaventati», si fa riconoscere, acconsente al loro desiderio di vedere e di toccare il suo corpo piagato e crocifisso, trasfigurato nella Risurrezione, dato ai discepoli ed anche a ciascuno di noi: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!». Questo «vedere» e «toccare» Cristo avviene nella fede, nell'accoglienza del suo amore, della stia salvezza, come ricorda sant'Ambrogio: «E' con la fede che si tocca Cristo; è con la fede che si vede Cristo». Ha proseguito il Cardinale Tettamanzi: «Da questa stessa fede deriva e si sprigiona l'amore del discepolo per Cristo. Giungiamo così al cuore della vita cristiana e scopriamo il 'segreto" della santità: Gesù, il crocifisso risorto, realmente ci incontra e immensamente ci ama e ci salva donandoci nel suo Spirito il cuore nuovo, capace di amare in modo nuovo: con lo stesso amore con cui Dio ci ama, come ci ha ricordato Papa Benedetto XVI nella stia prima Enciclica Deus caritas est».

«Innamorati del Signore Gesù: è questa la più vera e più splendida fisionomia dei due nuovi Beati - ha sottolinealo il Porporato - . La loro grandezza spirituale non sta tanto nell'intensa attività pastorale svolta con fedeltà e generosità - per Biraghi nel Seminario e nella "Ambrosiana", per Monza in oratorio e in parrocchia, - non sta tanto nelle istituzioni da loro fondate e guidate, ma sta nell'amore a Cristo e in lui alla Chiesa e all'uomo - vissuto come la grazia più eccelsa e come il compito più stringente ricevuti da Dio». Negli interventi e negli scritti dei due sacerdoti troviamo numerose affermazioni in tal senso: «Come è consolante, questo! Per tutti e per ciascuno di noi, sempre e in ogni momento, anche nelle condizioni più fragili ci è comunque dato di poter essere grandi nell'amore. Insieme è motivo di gioia per la Chiesa e di speranza per la società».

«Dall'amore per Cristo si passa all'amore per i fratelli»; come spiega san Giovanni nella sua Prima lettera. Dell'amore di Dio per noi sono stati testimoni i discepoli, che hanno annunciato «Abbiamo visto il Signore!»; così anche per noi vale la chiamata a testimoniare l'amore del crocifisso risorto: «L'esperienza di essere amati da Cristo e di amarlo ci sospinge ad aprirci agli altri, a invitarli a condividere la stessa esperienza di salvezza. È bello pensare a Giovanni che continua a scriverci anche oggi, con la sapienza e la tenerezza di Papa Benedetto. Nella Deus caritas est leggiamo (n. 31): "Il programma del cristiano - il programma del buon samaritano, di Gesù - è un cuore che vede"» le necessità e povertà dei fratelli. È anche bello pensare che la lettera di Giovanni è stata e viene quotidianamente scritta dalla Chiesa di Cristo nella sua storia di carità. La storia della Chiesa è storia di carità e, per questo, storia di santità. Allora possiamo e dobbiamo guardare così i due nuovi Beati: come icone viventi di quella lettera sull'amore che Dio continua a scrivere nella santità degli uomini e delle donne di ogni tempo. Mons. Biraghi e Don Monza sono due pagine luminose della "Lettera sull'agape" nell'Ottocento e nel Novecento. Figli del loro tempo, hanno saputo cogliere la chiamata dei loro contemporanei, leggendovi quei segni che chiedevano risposte nuove e coraggiose ai bisogni del momento».

Il Cardinale ha ricordato i tratti salienti della vita di ciascuno dei due beati: in particolare, la capacità di spendersi per l'unità del clero e la fedeltà alla Chiesa di Mons. Biraghi, accanto alla sua opera educativa e la «carità intellettuale»; il richiamo alla carità fraterna dei primi cristiani di Don Monza, concretizzatasi nell'attenzione competente alla disabilità. «Anche noi siamo chiamati ad essere "protagonisti", a scrivere noi pure, e quotidianamente, la nostra «lettera sulla carità» - ha concluso l'Arcivescovo -. Chiediamo con fiducia ai due nuovi Beati di essere da loro aiutati a scrivere questa nostra lettera: è attesa, con ansia o inconsapevolmente, dalle tante e diverse forme di necessità e povertà materiali, morali e spirituali della nostra società; è attesa dall'amore per Cristo. Che i due nuovi Beati ci aiutino ad assicurare alla nostra carità, in intensità e in ampiezza, le dimensioni illimitate proprie del cuore di Cristo».

Il Card. Saraiva Martins, nel suo saluto al termine della Santa Messa, ha richiamato a sua volta un passo del Nuovo Testamento (Eb 12, 1), per notare come il rito s'era svolto «circondati da un così gran numero di testimoni, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede». «"Testimone" - ha precisato - è oggi questa Piazza del Duomo di Milano, trasformata in chiesa dalle voci e dai canti di migliaia di persone. "Testimoni" sono le circa 3.400 statue di santi e beati in questo Duomo, facendo corona alla guglia più alta, dalla quale ci benedice la Vergine Maria, "tutta Santa" e dei santi Regina. La più antica statua del Duomo sembra essere quella di San Pietro: è l'indice di un legame con la Sede di Pietro, con Roma, sempre vissuto dalla Chiesa di Milano. Tra tutti i Santi e Beati, uno mi è particolarmente caro ricordare: il beato Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Ero un giovane studente di Teologia, quando egli morì. Ricordo ancora l'emozione della gente, che contagiò anche me. Percepii allora cosa voglia dire la morte di un santo; cosa voglia dire essere santi. Ricordo la commozione che prese tutti quando venimmo a conoscere le parole che disse ai seminaristi di Venegono pochi giorni prima di morire, il 18 agosto 1954. Disse loro: "Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione; ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. Se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi: ha paura, invece, della nostra santità". I due sacerdoti, che oggi ho proclamato Beati a nome del Santo Padre, sono la vivente conferma della verità delle parole del beato Schuster. I due nuovi Beati desiderarono con tutta la loro vita diventare santi, convinti che Dio vuole che tutti i suoi figli divengano santi. Essi anticiparono quello che ci ha raccomandato il servo di Dio Papa Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Novo Millennio ineunte (n. 31): la santità è la "misura alta della vita cristiana ordinaria". Un cristiano normale è un cristiano santo»

Il Card. Saraiva Martins ha indicato «tre passi» che i nuovi beati ci indicano sul cammino della santità: «Il primo è che la santità si vive nella quotidianità della propria esistenza, "facendo bene il bene", come diceva il beato Monza; o, come scriveva quasi un secolo prima il beato Biraghi, "vera santità è quella di fare il dovere senza cose straordinarie". Il secondo passo è questo: la santità ha bisogno di contemplare il Signore, di nutrirsi ogni giorno della Sua Parola. Il terzo passo è quello che conduce alla sequela, alla missione». «Chi cerca di essere santo perché Dio nostro Padre è Santo, genera altri santi. La santità è contagiosa, si diffonde, suscita imitazione e sequela - ha concluso -. Così ora, come ha detto il Cardinale Tettamanzi, tocca a noi; tocca a voi, cristiani di Milano, discepoli di sant'Ambrogio e di san Carlo. Tocca a voi, diventare santi, missionari, testimoni dell'amore di Gesù Cristo, il solo che può portare gioia e pace ad ogni essere umano».