29 aprile 2006 - Pagina 6

Archeologo filologo e storico

di Gianfranco Ravasi (prefetto della Biblioteca Ambrosiana)

Nelle sale della Biblioteca Ambrosiana, fondata 4 secoli fa dal Card. Federico Borromeo, hanno vissuto anni importanti grandi studiosi come il Muratori, futuri Cardinali come Mai e Mercati e persino un Papa, Achille Ratti, Pio XI. Vi visse anche Luigi Biraghi: egli, infatti, trascorse l'intera ultima fase della sua vita, 24 anni, nell'istituzione federiciana, intrecciando alla sua passione pastorale e spirituale una costante ricerca filologica e divulgativa.

Lo attesta una vasta e varia bibliografia che rivela una molteplicità di interessi: dalla storia alla teologia, dall'archeologia alla spiritualità, dalla pubblicistica alla letteratura. Il cuore delle sue ricerche puntò soprattutto su s. Ambrogio. Fu Luigi Biraghi a curare la prima edizione critica degli Inni del celebre Vescovo. Fu ancora lui a identificare le tombe di Ambrogio e dei martiri Protaso e Gervaso nella Basilica Ambrosiana, pubblicando nel 1864 la relazione della sua prospezione archeologica. Fu lui a curare l'edizione critica della Datiana historia Ecclesiae Mediolanensis, ossia la storia dei primi Vescovi di Milano, da san Barnaba fino alla morte di s. Materno, l'ottavo in questa lista, agli inizi del IV sec.

Su questo scritto, così chiamato perché commissionato dal Vescovo di Milano Dazio (VI sec.), il beato si appassionò e ne tentò anche un'ardita retrodatazione collocandolo appunto al VI sec., al contrario dell'opinione prevalente sostenuta dal Muratori che lo datava al X sec. Ma Biraghi coltivava una propensione vivissima per una disciplina allora poco praticata dal clero, l'archeologia. Egli vi si era consacrato da autodidatta, procedendo in questa ricerca con una finalità particolare. I risultati «oggettivi», che la verifica archeologica comporta col rinvenimento di reperti, di dati materiali (lapidi, epigrafi, urne antiche), permettevano al sacerdote Biraghi di avere tra le mani quasi uno strumento apologetico che comprovava in modo esplicito alcuni eventi capitali della storia cristiana.

Si poteva, così, contrastare su un piano non meramente teorico ma «sperimentale» lo scetticismo razionalista o positivista che allora si stava diffondendo nell'ambito culturale. Certo, non sempre le analisi condotte da Biraghi erano esenti da critiche, come fece rilevare in una sua nota uno dei più acclamati studiosi di quel tempo, il tedesco Theodor Mommsen (1817-1903). Ma ci furono anche apprezzamenti di alto profilo come quelli del romano Giovanni Battista De Rossi (1822-1894), un'indiscussa autorità negli studi di archeologia cristiana, che ebbe col futuro beato un rapporto costante di amicizia e di sodalità anche scientifica (esemplare fu il caso del rinvenimento della tomba di Ambrogio, accolto con entusiasmo dal De Rossi). Certo, la vocazione ultima di Biraghi era di indole apostolica ed è per questo che non fu mai un erudito chiuso nella torre d'avorio dei suoi studi. Egli concepì la cultura come una via elevata di missione sacerdotale, considerando ogni ricerca filologica o archeologica sotto un profilo non meramente scientifico ma anche pastorale.