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aprile 2006 - Pagina 6
A cominciare dalla sua precoce decisione di darsi a Dio nella vita sacerdotale, la Fede, principio e fine di tutte le scelte di Luigi Biraghi, gli richiese una adesione spesso eroica al divino volere, da lui riconosciuto nelle quotidiane difficoltà, nella volontà dei superiori, nelle non poche situazioni critiche che ebbe ad affrontare.
Basti ricordare la sua pronta obbedienza al Cardinal Gaisruck, che non accolse, nel 1842, il suo desiderio di essere sollevato dal grave ufficio della direzione spirituale in seminario («Piegai il collo - scrisse in proposito a madre Videmari - adorai la Volontà di Dio») e che, nel 1843, non consentì al progetto suo e di don Speroni di istituire una congregazione di sacerdoti addetti alla predicazione in città: «La lettera di v. eminenza mi tranquillizzò pienamente, perché da una parte mi fece conoscere la volontà di Dio in rapporto al progetto proposto, dall'altra mi libera da tutta quella inquietudine che io provava in mia coscienza, non facendo dal canto mio quello che poteva per effettuare una cosa a me sembrata buona e prudente».
Pronto a piegarsi nella penosa rinuncia, altrettanto pronto era don Biraghi a risollevarsi per altre opere che, nella Fede, vedesse proposte dal Signore. Eroico comunque nel sacrificio di sé.
Con questo spirito, nel 1837, in preghiera davanti all'Addolorata, aveva deciso la fondazione di un istituto religioso femminile per l'educazione delle ragazze, sacrificando ad esso il patrimonio paterno e, soprattutto, quella personale tranquillità di vita necessaria per gli amati studi, convinto che la verginità consacrata è dono graditissimo a Dio e che la società del suo tempo, minacciata da pericolose ideologie, poteva tornare a Cristo solo attraverso la cristiana educazione della donna. E fu eroico nella sua fedeltà all'impegno assunto, quando, nei tempi della crisi ecclesiastica milanese, alcuni lo avrebbero voluto in più gravi imprese occupato.
Proprio in quel doloroso periodo, che, dopo l'annessione della Lombardia al Regno d'Italia, vide la Chiesa ambrosiana divisa, per motivi politici e religiosi tra fautori e avversari del nuovo governo, Mons. Biraghi accettò con spirito di Fede il compito di paciere del clero di Milano, affidatogli, con semplice lettera personale, da Pio IX e si adoperò alla difficile impresa, senza temere di perdervi quel credito, di cui godeva, tra molti sacerdoti suoi antichi discepoli e laici ben pensanti, ammiratori della sua attività di studioso ed uomo di Dio.
Con l'eroismo sommesso dell'umiltà, dopo un mese di vani tentativi, riconobbe nella risposta a Pio IX il suo scarso successo: «Quanto ai travagli presenti della diocesi, io ne provo ben grande afflizione, ma come porvi rimedio non saprei» e dopo una rapida sintesi del lavoro svolto, conclude: «Vede, Beatissimo Padre, come io ben poco possa fare e non di meno l'onore della santa Chiesa e di questa Diocesi mi preme tanto che per lei qualunque sacrificio mi parrebbe lieve».
In effetti la Fede del Biraghi fu eroica nella sua capacità di sacrificio e di rinuncia, perché animata da autentica carità. E la carità è per sua natura oblativa.
Nel suo amore per la Chiesa, ambrosiana e universale, Mons. Biraghi non si risparmiò in nulla, anzi seppe giungere alle più coraggiose prese di posizione quando le circostanze lo richiesero.
Non abbandonò - per citare qualche esempio - l'Arcivescovo Romilli, in cattiva luce presso gli austriaci rientrati in Milano nel 1849, pur essendo egli stesso oggetto di una ostinata inquisizione poliziesca, ed intervenne nei suoi ultimi anni in coraggiosa difesa del nuovo Arcivescovo Calabiana a costo di inimicarsi il potente giornale di don Albertario L'Osservatore Cattolico.
Infine, nella sua incondizionata fedeltà al Sommo Pontefice, senza temere facili critiche si dichiarò a favore del più contestato documento di Pio IX, pubblicando la sua Lettera sul Sillabo.
E Dio fu per don Biraghi Gesù Cristo seguito sì nel rinnegamento di sé e nell'accettazione della Croce, ma con una tenerezza di cuore e viva sensibilità, che a volte lo portò ad esperienze mistiche appena confessate alla sua collaboratrice madre Videmari: «Ho celebrato la santa Messa all'altare di san Gerolamo e il Signore mi ha favorito di una visita amorosa al cuore [...] Niente vi è nel mondo che eguagli la soavità di tali consolazioni celesti: io avrei voluto oggi che la Messa durata fosse tutto il giorno».
D'altra parte anche dalle soavità dello spirito Mons. Biraghi, nella sua solida pietà, fu austeramente distaccato e così volle che fossero i suoi chierici e le sue religiose.