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Don Luigi Monza e, sopra,
monsignor Luigi Biraghi.
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Mons. Biraghi scrive a Marina
Videmari: «Abbiate sempre intenzione retta e
pura di piacere agli occhi di Dio, del
vostro caro Gesù, di imitare in tutto la sua
vita povera, disprezzata, umiliata, di
rallegrarvi nelle tribolazioni. Coraggio,
corriamo dietro a Gesù…». Gli fa eco don
Monza che diceva alle sue discepole:
«Lasciatevi condurre. Lui può condurvi e
se mi ha creato devo pensare che non mi ha
creato a caso, ma che mi ha creato per
Lui». | | |
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Monsignor Biraghi e don
Monza
DIO E IL PROSSIMO, LA LORO
BUSSOLA |
Due preti ambrosiani in
cammino verso la vetta della santità. Due vite affini,
pur a distanza di un secolo. Il loro segreto? È quello
del prete di sempre: Gesù Cristo e l’amore appassionato
per Lui e per il prossimo.
di Ennio
Apeciti responsabile diocesano per le cause
dei santi
E' un caso o un segno della
Provvidenza che il prossimo 30 aprile 2006 nel
nostro Duomo - per la prima volta nella sua storia
plurisecolare - con un’unica solenne celebrazione
vengano proclamati beati due preti, mons. Luigi
Biraghi e don Luigi Monza? È solo la convenienza
pratica che giustifica l’accostamento dei due
candidati o è un’indicazione maieutica? Un segno
che si spinga a porre maggiore attenzione alla
santità, di cui i due sacerdoti ambrosiani sono
proclamati testimoni autorevoli ed
esemplari?
Come si possono - e perché si deve -
accostare due uomini così distanti nel tempo e
diversi per formazione e personalità? Oppure il
fatto che siano insieme proposti alla nostra devozione e
alla nostra riflessione, ci chiede di sostare e di
comprendere ciò che sta per succedere? Se è un caso,
possiamo andare veloci. Se non lo è, se qualcosa ha
fatto maturare insieme questo unico duplice avvenimento,
esso assume i contorni dell’evento; fa trasparire,
forse, un desiderio che supera l’orizzonte dei
calendari programmati dagli uomini.
Prendo lo
spunto da don Luigi Monza. Egli è stato un
autentico apostolo di carità, tanto impegnato nel
concretarla da dare vita - insieme a donne coraggiose e
generose - a un Istituto Secolare che ne indicasse
nel nome il carisma: Piccole Apostole della carità,
alle quali fa riferimento un’Associazione che di quel
carisma esprime una valenza precisa: La Nostra
Famiglia. La carità si riconosce quando tra chi la vive
regna un clima simile a quello di una fortunata
famiglia, quello stesso che il libro degli Atti degli
Apostoli ha indicato come paradigmatico della Chiesa:
«La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede
aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua
proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era
fra loro comune» (Atti 4,32).
MAESTRO DI CARITÀ A
questo clima e a questo stile tendeva don Luigi. Lo
proponeva non solo al gruppo eletto di discepole
consacrate al Signore. Lo proponeva anche alla gente
della parrocchia di San Giovanni di Lecco, ove
l’aveva inviato il beato cardinale Schuster, che lo
aveva presentato alla popolazione come «pastore
secondo il cuore di Dio». E aveva ragione: la
beatificazione ne è la conferma
autorevole.
Don Luigi aveva sempre creduto nel
primato pastorale della carità, intendendo questo
primato pastorale in un duplice senso: nulla è più
importante e prezioso in una comunità cristiana della
carità. Ce lo ricorda splendidamente Benedetto XVI
nella sua enciclica Deus caritas est: «Amore
di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un
unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore
preveniente da Dio che ci ha amati per primo» (n. 18).
Il secondo primato pastorale significa che solo con
una pastorale impostata sul primato della carità si può
pensare di costruire sulla roccia del Vangelo, che
le tempeste - tanto violente in tempi recenti e attuali
- non fanno vacillare. Non a caso il Papa continua:
«Così non si tratta più di un “comandamento”
dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di
un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore
che, per sua natura, deve essere ulteriormente
partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore»
(n. 18).
Ebbene, don Luigi Monza avrebbe
esultato di gioia, leggendo queste righe, lui che
aveva impostato tutta la sua azione pastorale e
spirituale sul «tornare alla carità dei primi
cristiani». A questa vita di carità tutti siamo
chiamati, in forza del battesimo che tutti ci rende
apostoli: «Chi vuole essere apostolo - diceva - pratichi
la carità, vada in aiuto di chi soffre, rinunci
al superfluo e, visitando i poveri, conoscerà veramente
la povertà. Chi può dia, chi non può preghi. Nulla è mai
troppo al servizio di Dio».
MISSIONARIO DI
CARITÀ Le parole di don Luigi Monza
evocano in me quelle di mons. Luigi Biraghi, che
ripeteva spesso alle sue discepole spirituali: «Solo
nell’amare Gesù Cristo non dovete mettere misura». E
ancora: «Non vi è bene che nell’amare nostro Signore
Gesù Cristo».
Mons. Biraghi fu a lungo docente
e padre spirituale nel Seminario teologico di Milano.
La sua fu una proposta di alto, impegnativo profilo.
Basti leggere qualche frase delle raccomandazioni che
faceva ai giovani prossimi all’ordinazione presbiterale:
«Fatevi coraggio e rinfrancatevi e uscite pure fuori
nel campo del mondo: giacché il sacerdozio si esercita
nel mondo. […] Tutto santo è il vostro ministero e
santo deve essere un tale ministro. Tanto più idoneo
sarà ad intercedere per il popolo quanto più egli sarà
santo. […] Sacerdozio è cosa sacra e cosa sacra e cosa
santa è poi la medesima cosa». Parole non dissimili
egli rivolgeva alle Marcelline, che fondò insieme
a Marina Videmari nel 1838: «Gettatevi nelle braccia
amorose del Signore, beneditelo, e onoratelo con una
vita sempre più santa».
Occorreva uscire dalle
canoniche e percorrere le strade del mondo.
Occorreva farsi missionari. Non è un caso che tra i
suoi discepoli ci siano i primi missionari dell’Istituto
per le Missioni Estere, l’attuale Pime. Penso a
don Giovanni Mazzucconi, martire a Woodlark, a
don Carlo Salerio che, tornato consumato dalle
fatiche, fondò le Suore della Riparazione, perché si
dedicassero alle ragazze e alle donne allora definite
“perdute”. Penso a don Giuseppe Spreafico,
fondatore delle Scuole notturne di carità, e a don
Biagio Verri, cui dobbiamo l’Opera per il riscatto
delle morette; a don Carlo Sammartino, fondatore
del Pio istituto della Provvidenza per la Fanciullezza
abbandonata e a don Giulio Tarra, che fondò
l’Istituto per i sordomuti: dopo aver pensato di andare
in missione, decise di fare «il missionario dei poveri
selvaggi della mia patria, perché Dio me li consegna». I
suoi «poveri selvaggi» erano gli emarginati del suo
tempo, i portatori di handicap, gli ultimi, quelli
ritenuti incapaci di apprendere e di inserirsi in modo
normale nella società del tempo.
Tutti questi
missionari della carità si erano formati alla scuola di
carità di mons. Biraghi. Anche le Marcelline
nacquero per lo stesso principio: «Essendo io in
Milano - scrisse nel 1864 - provavo gran pena di questo
sì grave ed universale guasto dell’educazione: e
coll’aiuto di Dio pensai come si potesse istituire un
corpo religioso che unisse il metodo e la scienza voluta
dai tempi e dalle leggi scolastiche e insieme lo Spirito
cristiano, le pratiche evangeliche». Mons. Biraghi
cercò di fondere “metodo e scienza”, “rispetto delle
leggi” e “spirito cristiano”. Cercò, in altre parole, di
formare persone umanamente complete, ove fede e
cultura, fede e ragione, fossero come le ali che insieme
conducono al sole, alla luce, al calore della
gioia.
DUE VITE
AFFINI Anche don Luigi Monza coltivava lo
stesso desiderio. La Nostra Famiglia non doveva
essere un centro di assistenza, un ricovero. Lo
spirito di carità doveva animare le Piccole Apostole a
cercare quanto di meglio - scientificamente parlando -
avrebbe permesso ai loro piccoli ospiti di inserirsi
nella società, al meglio delle loro
possibilità.
Il fine di ambedue i Beati era
uguale: promuovere al massimo la ricchezza di doni che
Dio semina abbondantemente nel cuore di ogni persona,
anche di quella apparentemente meno considerata,
fossero le ragazze dell’Ottocento o i piccoli - con
diversa abilità, come oggi si dice - del Novecento. C’è
allora un legame profondo tra i due prossimi Beati,
pur a distanza di un secolo. Non è, però, il solo
legame. Ciò che li accomuna è il principio, la
sorgente del loro agire, del loro vivere, quella che
li ha dissetati nell’erto cammino della vita da loro
vissuta.
Ambedue passarono per dolorose
esperienze di sospetto e di emarginazione: l’uno,
don Monza, finì addirittura in carcere per l’odio
che i fascisti nutrivano verso di lui; l’altro, mons.
Biraghi, fu allontanato dal Seminario per i sospetti
politici dei dominatori austriaci. L’uno, mons.
Biraghi, visse nel discreto silenzio della Biblioteca
Ambrosiana, l’altro nella pace discreta di San Giovanni
di Lecco. Cosa li sostenne nelle loro travagliate
vicende? Cosa li sostenne nel perseguire la
fondazione degli Istituti che sentivano desiderati da
Dio, dalla Chiesa e dai bisogni del loro tempo? La
risposta è per certi versi scontata, perché èil
segreto del prete di sempre: Gesù Cristo e l’amore
appassionato per lui.
IL "NODO" CHE LI LEGA Mi
rendo conto che si potrebbe obiettare che fino ad ora ho
solo fatto degli accostamenti. Cosa, dunque, li unisce
più in profondità? Mons. Biraghi fu direttore
spirituale e professore in Seminario sino al 1855, ma
fu educatore di preti sino alla morte, che lo colse
il 11 agosto 1879. Don Luigi Monza nacque il 22
giugno 1898 e iniziò il suo travagliato cammino
seminaristico nel settembre 1913, quando il suo
parroco, don Luigi Vismara, lo accompagnò presso i
Salesiani di Penango Monferrato (Asti). Don Vismara
aveva visto un cuore di santo in quel ragazzo, forse un
poco impacciato e timido, che era fuggito quando gli
aveva chiesto per la prima volta «cosa avrebbe fatto da
grande».
E' proprio nel parroco di Cislago, in
don Luigi Vismara, che colgo il nodo che lega i due
prossimi Beati. Era uno di quei preti che sentivano
la parrocchia come la loro sposa, come spesso si diceva
allora, e che vivevano con ogni famiglia un rapporto
paterno: ognuno dei parrocchiani era suo figlio,
sua figlia, ne ricordava il battesimo e il matrimonio,
ne condivideva le gioie e i dolori, li consolava nei
momenti di sofferenza, ne sosteneva la speranza nei
giorni di lutto. Un parroco che vegliava con amore di
padre sul suo gregge, insistendo su tutti, perché ognuno
facesse qualcosa di bene. Trasformò Cislago in un centro
di carità.
Da chi aveva imparato a essere
prete così? Vedo alle sue spalle il Seminario e lo
spirito che vi era diffuso, quello testimoniato da mons.
Biraghi e dai suoi confratelli. La stessa operosa
carità lo aiutò a riconoscere la voce di Dio nel piccolo
e povero Luigi Monza. Questi, a sua volta, fu
plasmato alla vita di carità dall’esempio del parroco,
che in lui aveva avuto fiducia, che lo aveva
sospinto sui sentieri di Dio.
Ed è bello
riflettere, allora, sul fatto che un santo, mons.
Biraghi, ha generato altri santi, e non solo per il
passato. Il beato mons. Biraghi visse nell’Ottocento;
il suo indiretto discepolo, il beato don Luigi Monza,
visse nel Novecento, quasi per traghettare nel
Ventesimo secolo lo spirito di carità del suo lontano
maestro, la carità dei primi cristiani, o meglio dei
cristiani di sempre, poiché la carità – ce lo insegna
Benedetto XVI - «appartiene alla natura (della Chiesa),
è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza»
(Deus caritas est, 25). Ora tocca a noi,
uomini e donne del terzo millennio, raccogliere la loro
fiaccola, il loro insegnamento. Se loro sono
riusciti, perché non potremmo riuscirci noi?
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