23 aprile 2006 - Inserto, pag. 7

Biraghi e Monza, ancora oggi modelli di speranza e carità

di Ennio Apeciti

Domenica 30 aprile per la prima volta nella storia della diocesi ambrosiana si celebrerà un rito di beatificazione: in un'unica celebrazione saranno proclamati beati due figli di questa terra, due preti di questa Chiesa.

La cerimonia si svolgerà alle ore 10.30 sul sagrato del Duomo, perché la Cattedrale non potrà contenere le migliaia di persone attese. È il segno prezioso di quanto i due prossimi Beati sono circondati da affetto e devozione: i pellegrini giungeranno anche dalle due Americhe e dalle diverse regioni italiane, ove il carisma di carità dei due Beati è giunto e ha posto il suo germoglio di bene. Perché questa folla accorre? Cosa hanno monsignor Luigi Biraghi e don Luigi Monza da interessare ancora, da smuovere? Cosa hanno da dire ai ragazzi, ai giovani, agli adulti di oggi?

In fondo, don Monza nacque nel 1898, proprio mentre a Milano ancora si piangevano le vittime della feroce repressione del generale Bava Beccaris. Don Luigi visse in un'epoca buia, scandita dalle due guerre mondiali, dalle dittature più sanguinarie della storia: nazismo, bolscevismo sovietico, fascismi dai mille volti. Visse nel secolo della più feroce persecuzione dei cristiani: genocidio degli armeni, massacro dei messicani e degli spagnoli, dei polacchi per mano di Hitler, di tutti per volontà di Lenin e Stalin. Quando morì l'Italia cominciava appena ad uscire dalle devastanti conseguenze della guerra mondiale. Oggi, però, le cose sono cambiate e il comunismo stesso sembra lontano, caduto in uno strano rapido oblio.

Mons. Biraghi visse addirittura due secoli fa: nacque nel 1801 e morì nel 1879. Fanciullo, visse la bufera rivoluzionaria francese, che a Milano vide alternarsi i soprusi francesi a quelli austriaci. Anche lui nel corso della sua vita vide il mondo cambiare: nasceva in un'Italia frammentata in Stati diversi e moriva, quando l'Italia unita muoveva i suoi primi incerti passi. Anch'egli visse in un secolo di persecuzione della Chiesa, anche se se ne rovesciava la colpa sul clero e sul Papa e sulla loro presunta intransigenza verso il rinnovamento del mondo, che avanzava foriero di luce e di progresso.

Oggi molte cose sono cambiate: molta acqua è passata nel Tevere - come diceva Giovanni Spadolini - e la rispettosa collaborazione tra la Chiesa e lo Stato è garanzia stessa del progresso italiano. Ancora, dunque, hanno qualcosa da dirci i due Beati? Se non fossero più significativi per noi, non avrebbe neppure senso beatificarli: il Papa, facendolo, ce li consegna come modelli di autentici cristiani.

Ho individuato quattro elementi, che rendono per me ancora attuali i due Beati: il loro coraggio, l'entusiasmo, l'intelligenza della carità, la pienezza di umanità. Essi insegnano l'importanza del coraggio, che loro stessi ebbero. Nelle difficoltà della loro epoca, che conoscevano bene, non si spaventarono: vollero essere e furono testimoni coraggiosi del Vangelo, convinti che esso è l'unica risposta adeguata all'uomo ed alla società. Vale la pena custodire le parole di don Luigi Monza: «Al mondo moderno moralmente sconvolto dobbiamo poter dire con la nostra vita: "Osservate com'è stupendo vivere nell'amore"».

I due prossimi Beati vissero con entusiasmo. Erano convinti che non serve spaventarsi delle difficoltà, e che piuttosto occorre affrontarle con lo stesso spirito di Gesù, che ha inviato i suoi discepoli ad annunciare a tutti gli uomini la Verità che è lui stesso, quella che «libera davvero». Forse anche noi dovremmo imparare dai due Beati ad avere quell'entusiasmo missionario, che affascina e scuote gli indifferenti di sempre: chi crede che il Vangelo è «una cosa bella» non lo nasconde agli altri. Chi è innamorato, non riesce a nasconderlo, ma lo grida a tutti. Ripenso alle parole di mons. Biraghi: «Solo nell'amare Gesù Cristo non dovete mettere misura».

Essi ebbero l'intelligenza della carità. I loro due Istituti, infatti, nacquero per rispondere ai bisogni più urgenti e più trascurati della società del loro tempo: l'educazione delle ragazze e dei ragazzi con difficoltà di apprendimento. Ambedue confermano che la carità, quando nasce dal cuore, è sempre geniale, sa sempre inventare vie nuove per amare e servire: «la parola "basta" non esiste nel vocabolario della carità», diceva don Monza. Infine, i due Beati mi insegnano l'importanza della fiducia in se stessi, della pace del cuore, che è sempre il segno di chi ha trovato l'essenziale, come testimonia mons. Biraghi: «E' buono il Signore, e pieno di tenerezza per noi. Egli tiene da conto chi lo serve e lo ama».

Forse è possibile anche per noi: in questo mondo non meno turbolento del loro, possiamo anche noi essere portatori di speranza, testimoni di quella carità, che svela il Dio della pace.