23 aprile 2006 - Pagina 26

L'educazione, scuola di santità

L'intervista. Parla suor Mariangela Agostoni, madre generale della Congregazione: «Insegniamo ai nostri alunni il senso del dovere»

di Elena Baroncini

L' incanto dell'infanzia è sempre più breve. Crescere in un mondo dominato da una cronaca che è il moderno "lupo cattivo", e da modelli basati sull'apparenza, è difficile. Le Marcelline portano avanti il credo di don Biraghi che voleva gli alunni «buoni e felici per sempre». Ne parliamo con la madre generale, suor Mariangela Agostoni.

Più attuale che mai, il percorso educativo indicato da don Biraghi, basato sui valori etici e cristiani. Ma il mondo è profondamente cambiato. Come sono i ragazzi di oggi?

«I ragazzi di oggi hanno una maturità più profonda e dolorosa rispetto a una volta, ma al tempo stesso un'incapacità di sostenere le difficoltà. Il bisogno più grande è forse quello di maturare nell'affettività. Nel mondo convulso di oggi non ci sono più i tempi per la crescita affettiva e i bambini diventano grandi troppo presto. Usando una metafora, si può dire che affettivamente non sono mai sazi, perché si mangia male, attingendo dove e quando capita. Si avverte il peso di una affettività ferita e delusa. Il bisogno di realtà familiare è più forte che mai e noi in questo ci sentiamo provocate perché lo stile del fondatore doveva passare proprio dall'ambiente: voleva le suore come persone di famiglia, cosa che cerchiamo di mantenere, facendo condividere il respiro del quotidiano che educa».

L'educazione come mezzo di trasformazione, per migliorare l'individuo, la società umana e la Chiesa, come indicato nella prefazione alla Regola del 1853. Promotrice del cambiamento la donna. Che cosa chiedeva il Biraghi alle sue Marcelline?

«Le voleva capaci di incarnarsi nella realtà del proprio tempo, con una profonda competenza culturale: "Il mondo esige scienza e voi servitevi della scienza per migliorare il mondo", diceva. Alla base della sua scuola c'era l'idea di formare dei formatori. La donna formatrice del Biraghi era una donna che doveva essere insieme Marta e Maria, cioè attiva e contemplativa, che viveva "cuore a cuore" con le ragazze, forte di quella compassione che ancora oggi nelle nostre scuole vive per creare il bene degli alunni. Bene che passa anche attraverso l'insegnamento di un senso del dovere smontato da una società che sempre più parla di risultati facili, veloci, senza fatica».

Senza pazienza...

«Sì, oggi la pazienza è sempre più vissuta come patire, cioè come mal accettare la passione dell'aspettare. Nei progetti di vita non si sa più attendere, anche se poi ci sono delle forti contraddizioni: l'attesa senza il saper costruire che diventa un tempo senza tempo».

Educatrici come madri e sorelle. L'ottimismo come virtù e la condivisione totale delle attività. Anche i bagni di mare, nella scuola di Genova, certo per scongiurare la piaga della tisi, ma che in pieno Ottocento fece non poco scalpore. Il "metodo benedetto" di don Luigi prevedeva da parte del formatore l'impegno per il raggiungimento della "santità". Come può oggi un educatore laico perseguire la propria santità?

«La santità dell'educatore è un atteggiamento fermo, materno e paterno, un messaggio che viene dato attraverso la cultura cristiana con la richiesta di realizzarsi nell'impegno, nella speranza e soprattutto nell'esempio. Come diceva il Biraghi, operatore e non tanto teorizzatore, si trasmette prima con la vita che con i precetti. Questo coinvolge il grande mistero della libertà. Noi lavoriamo rispettando la libertà di ciascuno. Facciamo una proposta che sia per il "loro" bene, il risultato poi lo verifica ognuno con se stesso».