“Diamo gloria di tutto al Signore e camminiamo umili”

(Mons.Luigi Biraghi L. 21.11.1842)

Carissima,
questo Natale ci ha fatto intensamente vibrare nel nome del nostro beato Fondatore.

Il Signore prepara cose nuove per la Congregazione e attende cose nuove. La beatificazione di mons. Biraghi è come una nuova alleanza che il Salvatore vuole stringere con noi, una promessa di rinascita, una nuova linfa, un nuovo patto d’amore. Una nuova alleanza: pare una parola sproporzionata eppure fa parte della nostra quotidiana relazione con Dio Padre, creatore della nostra vita.
Una parola impegnativa, una realtà appassionante, ma non esente dal dolore, dall’offerta, dal dono di noi stesse in un’imitazione seria di Gesù che ha “amato fino alla fine”, che ha amato fino all’offerta del suo corpo e del suo sangue.
Non meravigliamoci se i frutti di novità verranno dopo che avremo accettato di essere davvero testimoni, di essere martiri. Non si tratta certo del martirio cruento, ma di quello che ogni giorno ci chiede di essere in modo trasparente e credibile annunciatrici di fraternità, di “parole buone che possano servire per la necessaria edificazione” (Ef 4, 29), di parole di benevolenza, di parole di pace.

Annunciatrici di obbedienza, obbedienza matura e profonda che non si accontenta di chiedere un permesso, ma assume con consapevolezza le linee, gli orientamenti, i progetti della Congregazione, della comunità, in particolare quando ciò significa rinunciare a un progetto personale pur bello e valido, ma non inserito in un unico armonioso disegno, non espressione della comunione che deve rendere continua e concreta la Comunione con Cristo Eucaristico.

Annunciatrici di povertà, di una povertà semplice, ilare, che sa chiamare “perfetta letizia” la debolezza, il limite, l’impotenza, che sa riconoscere il Signore nel molto e nel poco, nell’abbondanza e nella privazione, che non addebita a sé i risultati ottenuti, non si fa ricco di una ricchezza che non le appartiene perché tutto è di Dio. Una povertà che va ben al di là dell’accettazione di quanto nella vita consacrata non si può avere (ma che cosa in realtà…) che va ben al di là di uno sguardo, pur doloroso, sul problema di non certo facile soluzione della testimonianza di certe nostre strutture adatte al tempo delle loro origini, ma stridenti all’occhio e alla sensibilità dell’oggi. Una povertà molto più radicale che è disponibilità delle proprie forze, del proprio cuore, del proprio tempo, è, ma veramente, non a parole, un lasciarsi espropriare da se stessi, dalle proprie abitudini, dai propri modi di vivere.
La nostra realtà storica è esigente a questo proposito, quante povertà ha chiesto e chiede alle nostre comunità: sappiamo riconoscerle? Sappiamo accoglierle?

Annunciatrici di una castità che sa rendere visibile la chiamata di Dio e il nostro consenso ad essere sue spose. Una castità che non è solo preoccupazione di rispettare alcune norme pur fondamentali ed essenziali, ma va molto più in là e vuole proclamare l’assoluta signoria di Dio, il Dio di Gesù, il Dio al di “sopra di tutti gli dei”. Castità che fa uscire dalla terra vecchia del nostro io, dalla terra dell’esilio, dalla terra degli idoli per andare verso la Terra Promessa. Castità che vive tutte le sofferenze intime del cuore, le solitudini, le mortificazioni dei legittimi desideri dell’affettività, delle attese spesso vane di riconoscimento, come momento privilegiato e fecondo di unione sponsale, come incontro col mistero del Creatore che ci ha chiamate per dire al mondo che Egli è Padre, è Salvatore, è Dio con noi.

Annunciatrici delle beatitudini e per noi educatrici, in particolare, è beatitudine il saper accogliere, il saper ascoltare, il saper perdonare, il saper capire con pazienza forte e trasformante, il saper donare la Parola, il saper dimenticarsi, il saper scomparire perché l’altro cresca e incontri l’Altro.
Il nostro Beato Fondatore ha vissuto con totale amore a Gesù le beatitudini dell’educatore, ce ne ha dato l’esempio. Ha vissuto in modo eroico le beatitudini evangeliche, noi dobbiamo dunque seguire le sue orme e compiere secondo il suo cuore l’opera che ci ha affidato.

La nostra missione sia sempre segno visibile del dono fatto dallo Spirito a mons. Biraghi, non scada mai in un povero insignificante “fare” svuotato del sale dello Spirito.

La nostra missione sia specchio del carisma educativo che vuole con presenza materna suggerire alle menti pensieri evangelici.

La nostra missione sia espressione della nostra preghiera, della nostra unione con Dio, del nostro ascolto della Parola e della parola del Fondatore, sia specchio della ben precisa missione salvifica che il Signore ha affidato a noi Marcelline, sia specchio di uno stile che il carisma informa e che caratterizza la nostra famiglia.

Il nostro stile, lo conosciamo bene, è stile di semplicità, di verità, di concretezza, di vita “soda”, è stile di famiglia, è lo stile del vivere insieme con rispetto e affabilità. Ciascuna di noi porta in sé queste potenzialità e nell’anno della beatificazione deve renderle vive, fresche, riconoscibili. Soprattutto deve trasmettere questi doni a collaboratori e a educandi (ricordiamo sempre a questo proposito che educandi sono anche i nostri ammalati e i nostri anziani) con la consapevolezza che il carisma e i tratti che lo caratterizzano non è appannaggio di noi consacrate, ma in virtù dell’onnipotenza dello Spirito raggiunge anche tutti coloro che in qualche modo hanno a che fare con le nostre opere: educatori e educandi.

Affidiamo questo anno in modo speciale al Signore, nel nome di mons. Biraghi, le nostre opere.
Da tempo ci diciamo che non riusciremo a conservarle tutte: in alcuni punti della Congregazione le suore sono troppo poche e l’aiuto dei collaboratori non sempre è quantitativamente o qualitativamente sufficiente e significativo. Questa situazione impone decisioni da vivere in offerta, da vivere nello spirito dei voti, da vivere nella speranza perché la morte ha sempre come esito la resurrezione.

Affidiamo al Signore la nostra missione educativa che si attua in un contesto sociale che ci preoccupa, a volte addirittura ci sgomenta. Le difficoltà sono tante e spesso ci pare che la nostra azione sia vana, le nostre competenze sproporzionate alle problematiche quotidiane. Sappiamo, però, che la fedeltà di Dio non verrà meno e ci darà la forza e la luce per rispondere al nostro tempo, ci farà scoprire nel nostro carisma tutte le risorse per dire ai nostri contemporanei qual è la loro vera felicità.

Con questi pensieri vi auguro un Buon Anno, un santo anno ricco di Gesù, tutto rivolto a Lui, tutto teso verso il cuore del nostro Fondatore che è vivo e vicino, ci vuole bene, ci assiste, ci incoraggia, ci esorta ad essere vere Marcelline nel solco della nostra santa Patrona, sorella di santi.

Cerchiamo di imitare la famiglia santa di Ambrogio, Marcellina, Satiro, cerchiamo di essere una famiglia santa per generare sante famiglie.

A tutte un materno abbraccio, Buon Anno 2006. “Dio ci benedica con la luce del suo volto”.